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Selvaggio

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Vorrei essere tutto ed il suo contrario
November 06

...una vita senza tredici...

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Il suo corso di inglese… Secondo lei era importante per comunicare… Una come lei, avesse potuto imparare dieci, venti lingue, lo avrebbe fatto, per soddisfare la sua filantropia, la sua voglia di stare tra la gente. Voleva addirittura imparare il linguaggio dei sordo-muti da piccola, ma aveva trovato la porta chiusa, corsi costosissimi, e una sorta di protezionismo di ghetto che li rendeva accessibili soltanto ai parenti, il che l’aveva portata a concludere: “che se le cantino e se le suonino, se rifiutano chi vuole comunicare con loro, cazzi loro.”

Il suo corso quel giorno prevedeva il ripasso dei numeri. Semplice, però essenziale. Dopo aver passato ore a costruire frasette per imparare parole nuove, un ripasso dei numeri ci voleva: one, two, …three… Trovava difficoltà come il primo giorno a pronunciare il th del numero 3. Emetteva un suono strano con la lingua tra i denti, che sentiva sporco rispetto ad altre pronunce di amici o conoscenti. Aveva sempre pensato di riuscire meglio nello scritto perché nell’orale si perdeva in quei difetti di pronuncia dovuti alla poca pratica con la lingua, che lei vedeva irrisolvibili perché ormai la accompagnavano come vizi da tempo. Four, five… Dieci? Come si dice dieci? Già, ten! …si, ten! Anche quella t di ten, non sapeva mai come farla venir fuori, ogni volta una vergogna diversa, perché ogni volta la sentiva suonare dagli altri in modo diverso, e questo influiva sulla sua pronuncia. Ten, eleven, twelve… e… Oddio, e chi lo dice adesso? “Thirteen, come faccio a dirlo, non mi è mai riuscito, c’è il th e poi una t. Ho già fatto una figuraccia con il three ed il ten, ed ora?”

Esordì: -Posso scriverlo?- E seguì una fragorosa risata. Non era sollevata, li aveva fatti ridere, ma quel 13 non era ancora uscito. Odiava quel numero, cercava di non usarlo e lo trovava sempre in mezzo. “Dai devo solo sparare, sputo una parola che assomigli a quel numero e poi vado avanti” Ma no, era come buttarsi da un ponte con l’elastico. Non sarebbe morta ma mai l’avrebbe fatto di sua volontà. 13… “Non riesco a dirlo, e chissene se non lo dico, prima o poi si stancherà di aspettare il mio 13…” Un silenzio surreale intorno l’aveva affondata ancora di più nell’angoscia. Era solo un numero, le serviva per andare avanti. Non poteva saltarlo, non le era permesso. “Ma perché perdono tempo con un 13? Mi verrà la prossima volta…” E sapeva che non era vero, perché ogni volta era maledettamente come la prima, solo che quella volta non aveva modo di distogliere l’attenzione, perché si era bloccata, in un silenzio opprimente, al centro di un giostra di sguardi ferini. Provò a leggerli, sembrava la ridicolizzassero, la deridessero. Sembravano alcuni insofferenti, altri disinteressati e divertiti, altri assenti, polemici o annoiati. Uno le si rivolgeva severo e critico, sembrava dirle di smetterla con quella farsa e continuare a contare. Certo era che stavano perdendo tempo per lei, quel tempo che passava in silenzio nella sua incapacità di smuovere la volontà… Come pesavano quegli sguardi giudici della sua inettitudine. Come pesava quella palese inettitudine e come era dannatamente attraente farsi da essa possedere…! “Basta, non ho più voglia di contare. Chi me lo fa fare in fondo, chi mi obbliga? Fanculo al 14 al 15 e cosa verrà dopo. Fanculo a tutto e a tutti e a questo corso di merda dove sto affogando per un 13!” Il suo cervello le diceva basta, basta e basta. La mente non lavorava più. Non era la sua lingua in fondo. Un gap di un numero in una lingua sconosciuta, cosa importava… Ma cosa importava poi conoscerla quella lingua?! “Ma chi me l’ha fatto fare, cosa me ne frega di imparare una fottuta lingua in più… Cosa me ne frega di venire a prendermi l’esaurimento nervoso per sputacchiare due dittonghi. Cosa c’è di bello nel sapere mettere la lingua tra i denti. Quando si passa il limite tra sapercela mettere ed emettere suoni disgustosi ed inaudibili…?” Adesso sentiva quel silenzio come un piacevole tacere di suoni scoordinati, mostruosi. Nel silenzio c’erano ordine e rigore, come li gradiva adesso vincitori sul disordine di un mondo incomprensibile…! “Perché perdere tempo per confondersi nel disordine? Perché non ascoltare il rigore del silenzio? Basta rincorrere aspettative inconcludenti, sognare da ubriachi, cercare l’oro con il passa-verdure. Basta tutto. Basta questa lingua, questo corso. Basta una lingua per capire gli altri, e chi non capisce semplicemente non merita. Chissene. Basta, voglio andarmene. Lo dicano gli altri il 13. Tredici tredici tredici…!" In Italiano suona bene. In italiano tutti lo sanno dire. "In inglese lo dica chi sa e chi non sa taccia. Perché non posso semplicemente tacere?! Non posso tacere un numero? Tacerò tutto il resto… Lo eliminerò dalla mia vita, dalle mie giornate. Saprò farne a meno. …E del resto… saprò farne a meno? …Si, si saprò, sono sicura. E vedrai che il resto farà a meno di me prima ancora che io impari a farlo. E quindi, non si rovina niente. Niente che non sia già rovinato. Rovinato per rovinato… Avevo pensato di poter comunicare… Chi mai ha detto che si comunica con questa lingua? Chi non ha visto che una lingua che non è tua ti mette solo in ridicolo. Chi non si vergogna di coprirsi di ridicolo…” Odiava l’idea stessa di aver provato, ed odiava se stessa per non esser riuscita. La rabbia la accecava, ma niente dietro la rabbia le sembrava importante. Niente che non potesse eliminare e rimanere se stessa. Tutto sembrava doversi eliminare per ritrovare quella dignità e quell’entusiasmo che ormai si erano spenti, ed il cui posto già vuoto aveva preso la rabbia. “Posso fare a meno di quello che voglio. Avevo voluto comunicare, ma non posso farlo se i miei limiti non mi permettono di apprenderlo. E quindi tanto vale smettere di perdere tempo. …Si, tanto vale, ormai, decidere di rinunciare, per non perdere. Rinunciare a un’espressione avulsa da ogni fondamento di dignità, piuttosto che perdere la dignità nel perdurare.” E rinunciare ad una passione, piuttosto che non riuscire a perseguirla. “Non comunicherò in inglese. Peccato, anzi, no, chissene. Posso farlo in tanti altri modi. D’altronde di chi era questo sogno? Mio…? …no, era un ebbrezza dalla quale mi ero lasciata trascinare, che mi aveva stordita, fino a che frenata dallo scontro con le mie incapacità decido di riemergere e di riprendere il possesso di me. Senza più un sogno offuscato, adesso offusco i miei sogni, ma sono io a farlo, io volontariamente, io la sola che deve decidere. Rinunce? Se ne fanno tante. Soffrire… Soffrire è pensare tutti giorni, tutto il giorno, e tutte le sere prima di dormire. Soffrire potrà essere dopo come non esserlo. Anche non riuscire è soffrire. Anche sentire la propria lingua contorcersi come una gatto schiacciato mentre dice thirteen e soffrire, sentire rumori ributtanti, vedere un quadro dipinto con la cornice rotta, o una statua con la muffa. Soffrire è la constatazione della eterna imperfezione, dell’impurità permanente, di una bellezza impossibile, dell’imperfettibile. Soffrire è realtà. C’è solo da decidere il modo, la formula, l’ipocrisia.”

Allontanò da se quel 13 e dopo poco non parlò più inglese, schivò le occasioni fino a che non divenne naturale, fino a che nemmeno le occasioni la trovavano più. Camminava dietro un vetro oscurato fatto di tutte le sue rinunce, che la proteggeva dai bassi voli che alcuni facevano con ali precarie, che la aveva allontanata dal pensiero, e con questo il dissidio di chi ama e odia contemporaneamente lo stesso qualcuno o lo stesso qualcosa.

Tra necessario e nocivo.

Tra ambizioso e deludente.

 
September 26

Amici

 
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September 21

Venerdì sera

In fuga dalla compagnia per rimanere soli. Come da mesi ormai aspettavo, eppure tutto incredibile e diverso. E quindi iniziano i ricordi, il passato che accarezzo piano con le dita per spolverare i fatti che volevo che brillassero.

Un milione di immagini in un secondo…

 

E poi grazie, perché quel terreno che pensavo di poter sentire vacillare sotto i piedi, lo sentivo invece più stabile che mai. Inaspettatamente, confusamente, felicemente, follemente stupefacente.

Come giocando, una io, una te, ogni parola importante l’hai detta te… L’ultima parola l’hai messa te… E avresti potuto parlare prima che finissi o prima ancora che iniziassi…

Davvero non sai che vortice di emozioni, che si rianimano non appena il pensiero anche soltanto sfiora le parole di quella sera.

 

Il ciclone si dissolve, vacillo, siamo ancora noi, seduti, fuggiti, soli per parlare di noi, e di tutto quello che fa parlare di se.

 

 Un’altra sera di cui terrò il ricordo stampato nella memoria, insieme a quelle che potrei raccontare, senza leggerle su nessun diario, ma soltanto chiudendo gli occhi e guardandomi dentro.

 

September 03

tre parole

 
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Tre parole, da aggiungere al racconto di una vita…

La vita di un bambino diventato uomo, che aveva amato un fratello e l’aveva scacciato, e da quel giorno non aveva più saputo amare.

Tre parole che la memoria, il pensiero, il cuore, vogliono fermare, perché stasera un vento caldo le ha spolverate, e tanta sabbia potrebbe sommergerle di nuovo…

 

Era partito in macchina incontro al silenzio. Con quello aveva guidato fino a casa. I pensieri erano solo immagini, mute. A momenti quasi incubi deformi. Aveva un bracciale al polso per non dimenticare, quello che non avrebbe dimenticato, comunque.

Entrò in casa e si avviò a letto. Gettando il telefono sul comodino pensò di accenderlo. Compose la parola “buonanotte”. Nient’altro aveva senso scrivere dell’immensità di cose che avrebbe potuto scrivere. Strinse il telefono a se e chiuse gli occhi. “vorrei trovare uno uguale a te, per tenerlo per me e renderti libero, per non dover pensare che forse non c’è nessuno uguale a te…” E si addormentò. Lo svegliò il suono di un incubo diventato sogno… Si svegliò ed aggiunse a quella buonanotte altre tre parole, che la polvere dell’oblio o la limpidezza di un long island senza limone potrebbero cancellare… E che se non sono già sbiadite, rimangono:

“serenità, compromesso, lotta”

Inviò, sorrise, e non pensò più.
 

August 12

Finestra sull'asilo

Viveva in periferia, lungo la vecchia statale. Aveva una bella casa con giardino, semplice, chiara con le persiane verdi. Dalla sua finestra poteva vedere il giardino dell’asilo vicino. Nei mesi in cui l’asilo era chiuso lo invadevano erbacce altissime, fino a che a settembre non venivano a tagliarle. E lui stava nel suo giardino, ben curato. Poi l’asilo riapriva, e lui tornava alla finestra. E poteva vedere i bambini giocare. Facevano giochi che lui non sapeva fare. Giocavano, urlando e ridendo tutti insieme. Li guardava da dietro la sua persiana verde sorridendo, e provava a capire quei giochi, tutto il giorno, tutti i giorni. Però quando arrivavano i genitori a prenderli, ogni bambino sembrava un canino al guinzaglio. Madri e padri li prendevano per mano e li accompagnavano alla macchina. …lui era bravo invece perché lui sapeva attraversare la strada, glielo avevano insegnato. Gli altri bambini non sapevano, o non era loro pemesso.

E a volte lui usciva di casa nelle giornate più calde, e passava davanti all’asilo ed attraversava la strada. Ma gli altri bambini sembravano non vederlo. Se si fermava a guardare dalla recinzione alcuni gli sorridevano. E se andava nel suo giardino, per provare a fare quei giochi che facevano gli altri bambini, sentiva le loro grida e le risate e quasi lo disturbavano. E tornava a guardarli dalla finestra. La sua finestra era l’unico luogo dove poteva sentirsi un bambino anche lui. E poteva immaginare che anche quando fosse cresciuto, avrebbe potuto ancora sentirsi un bambino, anche se non aveva mai giocato.

 
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